martedì 14 febbraio 2017

LA CRISI DELLA DIGA DI OROVILLE

La crisi della diga di Oroville nella Californa Centrale, una struttura in terra molto alta (235 m) che invasa circa 4,4 miliardi di metri cubi, mette in luce la situazione critica delle dighe nel mondo sviluppato. La loro vetustà comporta fenomeni di obsolescenza strutturale, insufficienza del progetto nei confronti della sismicità, oggi nota in dettaglio assai maggiore di quando furono costruite, e idrologico, poiché l’idrologia è diventata una scienza soltanto a partire dagli anni ’70 del secolo scorso e i cambiamenti climatici in atto possono mettere in crisi l’ipotesi di stazionarietà alla base di tutti i progetti.
Lo sfioratore di Oroville presenta una ferita profonda dovuta alla erosione, forse anche per via di fenomeni do cavitazione, che non è insolita. Poiché la fuoriuscita dei getti, testimoniata da video impressionanti, potrebbe mettere seriamente a repentaglio l’ammasso in terra del corpo diga, le aree riparie di valle sono state correttamente evacuate. Conosco almeno due dighe italiane che avevano problemi di questo tipo, ai quali non so se sia stato posto rimedio. E negli Usa molte sono le dighe in condizioni critiche.

Dal 1998 al 2008, il numero di dighe degli Stati Uniti che hanno registrato situazioni critiche (per carenze strutturali o idrauliche tali da rendere inaccettabile il livello di rischio) è aumentato del 137%, (da 1.818 a 4.308) su un totale di circa 75 mila tra grandi e piccoli sbarramenti. Se le dighe di proprietà federale sono generalmente in buone condizioni, i problemi strutturali e idraulici delle altre crescono rapidamente e, soprattutto, lo stanno facendo a un tasso superiore a quello con cui le dighe vengono ricondizionate. Nei primi dieci anni di questo secolo si sono registrati ben 70 incidenti, 19 dei quali in situazioni prossime al crollo. Le ragioni sono molteplici, legate all’obsolescenza progettuale e costruttiva, alla evoluzione del bacino idrografico e delle zone riparie, ai cambiamenti climatici. E alle semestrali di cassa: l’orizzonte di vita di una diga è di almeno 50 anni e più, mentre la finanza, che controlla la società che gestisce la diga, risponde agli azionisti in pronta cassa e ragiona quindi su orizzonti temporali un po’ più brevi.
Se si tiene conto che le 550 grandi dighe italiane hanno (in media) più o meno la mia età, la necessità di rivedere l’assetto di questa grande infrastruttura, distribuita in tutto il paese, andrebbe presa un po’ più seriamente (vedi Nota Finale).

Nessun commento:

Posta un commento

Post in evidenza

codici etici nell'università italiana e cariche elettive "abusate". Facciamo un patto tra gentiluomini?

Carissimi   avrete seguito la vicenda del prof. Capano che qualche giorno fa è andata in prima pagina sul corriere , con successiva re...