lunedì 15 gennaio 2018

E' partita la caccia alle streghe -- dei docenti a tempo pieno con Partita IVA




A seguito di una pronuncia della Corte dei Conti e della GdF è partita una caccia ai docenti in regime di Tempo Pieno e con P.IVA: "tali attività sono assolutamente incompatibili con il regime di impegno prescelto, anche qualora vi siano autorizzati dall’Ateneo, in quanto tale autorizzazione è illegittima."   In realtà pare che l'incrocio dei dati sia avvenuto proprio con chi ha chiesto autorizzazione, mentre chi, più allegramente, non l'ha nemmeno chiesta, magari la fa franca. Sembra simile al caso degli evasori totali, che sono più difficile da stanare di chi invece fa un errore formale, o addirittura suggerito dalla Amministrazione di appartenenza.

E inoltre pare che ci siano casi in cui la stessa Agenzia delle Entrate ha suggerito di aprire P.IVA per attività di docenza autorizzate, ma che si protraevano per più di due anni.

Al limite, anche se un docente è Editor di una rivista prestigiosa a livello mondiale, e percepisce un piccolo compenso continuativo, si troverà nel problema di (i) dover aprire la P.IVA e (ii) incorrere nella scure della GdF e della Corte dei Conti? Sembra un pasticciaccio brutto italiano.

La questione è spinosa e forse è il caso di fare azioni collettive con avvocati per chiarire il quadro normativo, sia generale che caso per caso, e chiarire anche le responsabilità delle Amministrazioni che autorizzavano le attività. Sono disponibile a raccogliere suggerimenti.

Io personalmente sono molto daccordo con uno spirito americano che vuole i docenti portatori di innovazione, coinvolti in tutti gli aspetti della vita professionale e non "reclusi" e in ambienti come MIT o Harvard, ma anche molti altri, un docente più fa meglio è, tra spin-off, società di consulenza, purchè non sia in conflitto con l'istituzione di appartenenza, on competizione addirittura.   Mentre in Italia vige il "sospetto" (in alcuni casi fondato, per carità), che uno sfrutti il posto pubblico (facendo male o niente in quel lavoro), per fare in realtà altro lavoro, anzi distraendo risorse umane e materiali per questo secondo.


La legge 240/2010 all'articolo 6, comma 10 prevede che "I professori e i ricercatori a tempo pieno ... possono svolgere liberamente, anche con retribuzione, ... attivita' pubblicistiche ed editoriali". Il problema nasce quindi in questo caso se un'attività retribuita a pagamento è continuativa, e richiede l'apertura di una partita IVA, altrimenti si entra nella evasione fiscale. Il divieto dovrebbe essere per le attività professionali, che si possono fare con e senza partita IVA, e per l'industria e il commercio, che era vietato già prima della Gelmini.



Dalla Corte dei Conti: "I professori universitari a tempo pieno non possono svolgere attività professionali né ricoprire cariche in enti e società costituiti a fine di lucro perché tali attività sono assolutamente incompatibili con il regime di impegno
prescelto, anche qualora vi siano autorizzati dall’Ateneo, in quanto tale autorizzazione è illegittima. Le prestazioni professionali svolte in regime di Partita IVA non possono considerarsi attività occasionali compatibili con la posizione di professore universitario in regime di tempo pieno. L’eventuale svolgimento di attività in violazione delle suddette norme è sottoposto alla giurisdizione della Corte dei Conti in quanto causa di responsabilità amministrativa per il danno erariale cagionato all’Ateneo, consistente nella differenza tra quanto percepito come professore a tempo pieno e quanto sarebbe spettato per il tempo definito, maggiorato di eventuali indennità percepite sul presupposto di aver scelto il regime di impegno a tempi pieno (indennità di carica, indennità di incentivazione alla didattica). Il danno sussiste indipendentemente dal fatto che le attività didattiche siano state regolarmente svolte dai docenti. La qualifica soggettiva di professore universitario e l’accettazione del regime di impegno a tempo pieno sono elementi incompatibili con l’invocazione della buona fede ad escludere l’elemento soggettivo dell’illecito amministrativo e sono viceversa riconducibili al dolo nella forma del dolo civile contrattuale."

5 commenti:

  1. Partita IVA/libera professione
    Orbene, per quanto attiene, in primo luogo, alla possibilità per il docente universitario a tempo pieno di essere contemporaneamente titolare di partita IVA -dedotta da quasi tutti i convenuti in giudizio- si rileva quanto segue:
    in base alle disposizioni contenute nel D.P.R. n. 633/1972, l’apertura della partita IVA va effettuata quando un soggetto intraprenda l’esercizio di un’impresa, arte o professione e presuppone che tale esercizio venga svolto con carattere continuativo ed abituale;
    considerato che nel nostro ordinamento giuridico sussiste un assoluto divieto per il docente a tempo pieno di svolgere attività libero-professionale e che la titolarità della partita IVA va ad identificare un’attività di tipo imprenditoriale o professionale, ne dovrebbe conseguire che il docente a tempo pieno non potrebbe essere titolare di partita IVA;
    tale assunto risulta indirettamente confermato da pareri e determinazioni dell’Autorità per la Vigilanza sui Lavori Pubblici (autorità indipendente ora sostituita dall’Autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici) e da numerose pronunce giurisprudenziali. Si richiama, in particolare, la sentenza del TAR del Lazio, sez. III. Roma, n. 9028 del 13 settembre 2004. (C. dei conti Campania 305/2015).

    […] l’attività extraistituzionale svolta dal […] in campo di “impatto acustico” prestata in regime di tempo pieno a favore di terzi per la valutazione e verifica dell’impatto e dell’isolamento acustico (e che secondo la difesa rientrerebbe nel novero delle attività di collaborazione scientifica e di consulenza liberamente esercitabili), in realtà altro non è che un’attività di progettazione, ovvero di una prestazione professionale tipica degli ingegneri, attività libero professionale svolta, peraltro, da un soggetto titolare di partita IVA , circostanza, quest’ultima, che avalla e conferma la tesi accusatoria, circa il carattere professionale e non occasionale delle prestazioni eseguite dal convenuto. (C. dei conti Emilia Romagna 214/2017).

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  2. Irrilevanza dell’autorizzazione dell’Ateneo di appartenenza
    […] gli artt. 60 D.P.R. 3/57, 11 D.P.R. 382/80 e 53, comma 7 D.Lgs. 165/2001 pongono per i dipendenti pubblici in generale -e per i docenti universitari in regime di tempo pieno in particolare, per ciò che rileva nel presente giudizio- un divieto assoluto all’esercizio del commercio, dell’industria e di alcun’altra professione, dal che ovviamente discende che per le attività rientranti in tale accezione non può essere rilasciata alcuna autorizzazione; pertanto, anche qualora nel caso di specie siffatti incarichi fossero stati autorizzati, tale autorizzazione sarebbe da ritenersi inutiliter data, come posto da varie pronunce giurisprudenziali, fra cui la sentenza n. 1439/2000 della Cass. Civ., Sez.III (citata nell'atto introduttivo del giudizio, cui si possono aggiungere, ex plurimis, Cass., Sez. III, n. 10397/2001, Cass., Sez. Lav., n. 16555/ 2003 e Cass., SS.UU. Lav. n. 3386/ 1998), secondo cui le pubbliche amministrazioni possono autorizzare i propri dipendenti all’esercizio di incarichi, ma questi non possono confondersi con l’esercizio di un’attività professionale e con l’iscrizione nel relativo albo, per cui sussiste il generale divieto posto ex lege. (C. dei conti Campania 305/2015).
    […] la contestazione di responsabilità, non riguarda la mera tenuta di una partita Iva, ma il suo consapevole utilizzo per lo svolgimento di una attività libero professionale (cioè non meramente occasionale) e che, in tal senso, le (singole) autorizzazioni e comunicazioni sono da ritenersi inutiliter datae, in considerazione del fatto che non poteva sicuramente essere autorizzato lo svolgimento di una attività (l’attività libero professionale) assolutamente vietata ai docenti a tempo pieno . Parimenti, non appare possibile invocare le esibite autorizzazioni e/o comunicazioni, richiamate dalla difesa, come dimostrative di una condizione soggettiva di buona fede perché con esse l’Università non ha fatto altro (né avrebbe potuto fare altrimenti) che autorizzare (o prendere atto, per quelle singolarmente soggette a mera comunicazione) di attività, di volta in volta, singolarmente dichiarate. (C. dei conti Emilia Romagna 214/2017).

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  3. Pregiudizio in re ipsa, anche in assenza di inadempimento agli obblighi lavorativi
    Le difese sostengono, altresì, che lo svolgimento di incarichi professionali da parte degli odierni convenuti non avrebbe comportato alcun danno, poiché, pur se vi fosse stata violazione delle norme in tema d’incompatibilità, si è trattato di violazione formale, avendo i predetti soggetti svolto con regolarità l’attività di docenza. "Al riguardo va chiarito che con il divieto di svolgere cariche presso società costituite per fine di lucro la legge ha ritenuto che le stesse, implicando la partecipazione attiva alla vita sociale, potessero pregiudicare in qualche modo l’attività di pubblico impiego. La disciplina sulle incompatibilità, assistita dalla sanzione della decadenza dall’ufficio di cui all’art. 15 del D.P.R. n. 382/1980, esprime la valutazione del legislatore che, a suo insindacabile giudizio, ha reputato che le attività
    incompatibili sono contrarie e pregiudizievoli al perseguimento dell’interesse pubblico espresso dalla programmazione didattica e dall’attività di docenza Corte dei conti
    https://servizi.corteconti.it/...=305%20%20%20%20%20%20%20%20&anno=2015&pubblicazione=20150330&mod=stampa&rigenera=SI[27/04/2015 11:49:28] universitaria. Con il regime delle incompatibilità si vuole salvaguardare la credibilità e la qualità del modulo organizzativo universitario" (Sez. Giur. Liguria, sent. n. 85/2014). La violazione delle norme sopra richiamate, che s’inseriscono tra i doveri di servizio a carico del docente a tempo definito, ha dunque compromesso gli interessi perseguiti dalla legge, e, segnatamente, la qualità delle prestazioni dovute dai docenti, ponendoli in una posizione d’inadempimento nei confronti dell’Amministrazione, con conseguente danno rapportabile alla retribuzione percepita (Sez. Giur. Liguria, sent. n. 85/2014, cit.). (C. dei conti Sentenza 305/2015).
    Non necessarietà di una stabile organizzazione per configurare il comportamento censurato
    […] il requisito della stabile organizzazione non rileva ai fini qui in esame -valutazione dell'esercizio da parte dei convenuti di attività professionale incompatibile con il regime della docenza a tempo pieno- ma soltanto ai fini fiscali, onde discernere se ci si trovi di fronte a redditi d'impresa o da lavoro autonomo, in quanto la presenza di un’autonoma organizzazione -rilevabile dall'impiego in modo non occasionale di lavoratori dipendenti o collaboratori e/o dall'utilizzo di beni strumentali che per quantità o valore eccedono le necessità minime per l'esercizio dell'attività- consente senz'altro all'Agenzia delle Entrate di desumere la produzione di redditi d'impresa (art. 55 TUIR, circolare 13- 06-2008 n. 45) e, dunque, di assoggettare il produttore ad IRAP e ad ILOR, di modo che la prestazione di lavoro autonomo che avvenga con tali caratteristiche (presenza di una stabile ed autonoma organizzazione) espone il prestatore ai predetti adempimenti fiscali. Il che significa, ovviamente, che la prestazione di lavoro autonomo di tipo intellettuale non necessita, per essere definita "professionale", di stabile ed autonoma organizzazione, potendo bensì svolgersi anche in una camera-studio collocata in un appartamento e senza la collaborazione nemmeno saltuaria di altri soggetti, restando in tal caso semplicemente non produttiva di reddito d'impresa e -dunque- non assoggettata al relativo regime fiscale, ma a quello previsto, appunto, per i redditi da lavoro autonomo. (C. dei conti Campania 305/2015).

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  4. Pregiudizio in re ipsa, anche in assenza di inadempimento agli obblighi lavorativi
    Le difese sostengono, altresì, che lo svolgimento di incarichi professionali da parte degli odierni convenuti non avrebbe comportato alcun danno, poiché, pur se vi fosse stata violazione delle norme in tema d’incompatibilità, si è trattato di violazione formale, avendo i predetti soggetti svolto con regolarità l’attività di docenza. "Al riguardo va chiarito che con il divieto di svolgere cariche presso società costituite per fine di lucro la legge ha ritenuto che le stesse, implicando la partecipazione attiva alla vita sociale, potessero pregiudicare in qualche modo l’attività di pubblico impiego. La disciplina sulle incompatibilità, assistita dalla sanzione della decadenza dall’ufficio di cui all’art. 15 del D.P.R. n. 382/1980, esprime la valutazione del legislatore che, a suo insindacabile giudizio, ha reputato che le attività
    incompatibili sono contrarie e pregiudizievoli al perseguimento dell’interesse pubblico espresso dalla programmazione didattica e dall’attività di docenza Corte dei conti
    https://servizi.corteconti.it/...=305%20%20%20%20%20%20%20%20&anno=2015&pubblicazione=20150330&mod=stampa&rigenera=SI[27/04/2015 11:49:28] universitaria. Con il regime delle incompatibilità si vuole salvaguardare la credibilità e la qualità del modulo organizzativo universitario" (Sez. Giur. Liguria, sent. n. 85/2014). La violazione delle norme sopra richiamate, che s’inseriscono tra i doveri di servizio a carico del docente a tempo definito, ha dunque compromesso gli interessi perseguiti dalla legge, e, segnatamente, la qualità delle prestazioni dovute dai docenti, ponendoli in una posizione d’inadempimento nei confronti dell’Amministrazione, con conseguente danno rapportabile alla retribuzione percepita (Sez. Giur. Liguria, sent. n. 85/2014, cit.). (C. dei conti Sentenza 305/2015).
    Non necessarietà di una stabile organizzazione per configurare il comportamento censurato
    […] il requisito della stabile organizzazione non rileva ai fini qui in esame -valutazione dell'esercizio da parte dei convenuti di attività professionale incompatibile con il regime della docenza a tempo pieno- ma soltanto ai fini fiscali, onde discernere se ci si trovi di fronte a redditi d'impresa o da lavoro autonomo, in quanto la presenza di un’autonoma organizzazione -rilevabile dall'impiego in modo non occasionale di lavoratori dipendenti o collaboratori e/o dall'utilizzo di beni strumentali che per quantità o valore eccedono le necessità minime per l'esercizio dell'attività- consente senz'altro all'Agenzia delle Entrate di desumere la produzione di redditi d'impresa (art. 55 TUIR, circolare 13- 06-2008 n. 45) e, dunque, di assoggettare il produttore ad IRAP e ad ILOR, di modo che la prestazione di lavoro autonomo che avvenga con tali caratteristiche (presenza di una stabile ed autonoma organizzazione) espone il prestatore ai predetti adempimenti fiscali. Il che significa, ovviamente, che la prestazione di lavoro autonomo di tipo intellettuale non necessita, per essere definita "professionale", di stabile ed autonoma organizzazione, potendo bensì svolgersi anche in una camera-studio collocata in un appartamento e senza la collaborazione nemmeno saltuaria di altri soggetti, restando in tal caso semplicemente non produttiva di reddito d'impresa e -dunque- non assoggettata al relativo regime fiscale, ma a quello previsto, appunto, per i redditi da lavoro autonomo. (C. dei conti Campania 305/2015).

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  5. Come si configura un'attivita' di CTU, consentita dalla legge Gelmini, che prevede a sua volta l'iscrizione all'albo del tribunale, e preliminarmente all'ordine di appartenenza, il quale richiede per operare la partita iva?

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