venerdì 12 gennaio 2018

Intervento sulla difficile questione ILVA del Prof. Emerito Umberto Ruggiero
















IL CARTEGGIO CON IL PROF .RUGGIERO CONTINUA, MA INTANTO SENTIAMO NOTIZIE PREOCCUPANTI da Biagio De Marzo:  letto le denunce dell'ing. Barbara Valenzano sulla qualità dell'aria a Taranto descritta da ARPA Puglia e ripresa dal Ministero dell'ambiente. Ho letto le puntuali contestazioni a Valenzano da parte del prof. Assennato che, se non ricordo male, la conosce bene essendo stato suo Direttore Generale e avendo avviato il suo gran volo in carriera. Qui di seguito ripropongo il commento che ho fatto a caldo sulla vicenda. 
Da anziano ingegnere industriale non capisco come si possano pubblicare denunce così pesanti, in un momento già surriscaldato come quello che stiamo vivendo, non valutando adeguatamente le conseguenze immediate e future. Sempre che tali denunce siano perfettamente e totalmente dimostrabili. E' indispensabile che i grandi esperti della materia, pubblici e privati, si espongano in merito, pubblicamente, senza timori reverenziali, come Giorgio Assennato ha sempre fatto, a sue spese, e continua a fare anche se in "solitudine". Intorno a questo grande uomo di scienze, di cultura e di umanità è stata fatta "terra bruciata" e nessuno sa perchè.


Ecco l'articolo. Taranto, qualità dell'aria - la Regione contesta i dati
L'ing. Valenzano: «Utilizzate centraline per il traffico stradale»
23 Gennaio 2018 di MIMMO MAZZA
TARANTO - «I buoni dati sulla qualità dell’aria di Taranto? Rilevati tramite centraline che monitorano specifici parametri di traffico urbano quali ad esempio, ossidi di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio, ozono e PM10, in quanto dotate di detta tipologia di sensori e non invece le immissioni in aria e nell’ambiente di sostanze derivanti dalle attività industriali».
È piena di contenuti esplosivi la lettera inviata ieri dall’ing. Barbara Valenzano, direttore del dipartimento mobilità, qualità urbana, opere pubbliche, ecologia e paesaggio della Regione Puglia al ministro dell’ambiente Gianluca Galletti, al ministro della Salute Beatrice Lorenzin, all’Ispra, all’Arpa e per conoscenza al presidente Emiliano, alla Provincia e al Comune di Taranto, al Comune di Statte, all’Asl di Taranto, all’Ares mentre una comunicazione specifica è stata fatta al procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo.
La Valenzano, come la Gazzetta è in grado di rivelare, formula delle osservazioni al comunicato stampa con il quale lo scorso 18 gennaio il ministro Galletti ha comunicato i dati sulla qualità dell’aria di Taranto, citando uno studio Arpa-Asl-Ispra sugli anni 2013-2014-2015-2016, sostenendo che «negli ultimi 4 anni la qualità dell’aria di Taranto è stata in linea con i parametri fissati dalla legge per la protezione della salute e dell’ambiente con una tendenza ad un progressivo ulteriore miglioramento».
Secondo la dirigente regionale, però, i dati citati da Galletti partono da un presupposto sbagliato, ovvero sono stati rilevati da centraline adatte al monitoraggio del traffico stradale e non alle emissioni industriali e dunque «nulla - scrive la Valenzano - i rilevamenti cosi operati possono rappresentare in ordine alle immissioni in aria ambiente di sostanze derivanti dalle attività industriali».
Fatta questa grave premessa (grave perché viene messo nero su bianco che Taranto nel 2018 non ha ancora una rete di centraline adatte a monitorare le emissioni dell’acciaieria più grande d’Europa dopo tutto quello che è successo e ci sono 4 postazioni di Arpa Puglia contro le 6 poste a controllo della centrale termoelettrica Sorgenia di Modugno la quale ha un ingombro di pochissimi ettari rispetto all’estensione dello stabilimento Ilva), la Valenzano affonda i colpi, scrivendo che le soglie utilizzate dagli organi di controllo per giudicare la qualità dell’aria di Taranto « non coincidono con quelle definite dall’Oms (l’agenzia speciale dell’Onu per la salute) quali soglie di sicurezza sanitaria, senza dimenticare che l’Ilva ha funzionato per anni con valori limite di diossina fissati per legge dello Stato a livelli 10.000 volte superiori alle soglie indicate dall’Unione Europea per un industria siderurgica moderna e degna di questo secolo».
«A questo si aggiunge - prosegue la lettera - il fatto che il Pm10 analizzato nell’area industriale del Comune di Taranto ha mostrato un impatto sanitario in termini di mortalità che è 2,2 volte superiore al Pm10 da traffico rilevato in altre città. Si ritiene che su queste basi, ossia sui dati delle centraline da traffico, non si possa affermare che la qualità dell’aria a Taranto sia “nella norma”. Quel dato attesta solo che in alcune strade della città la misura del Pm10 da traffico risulta nei limiti annuali previsti dalle norme, atteso che le centraline in questione non risultano installate nei punti massima di ricaduta delle fonti emissive di natura industriale e che le stesse non sono dotate e attrezzate di idonea sensoristica per il controllo degli inquinanti specifici derivati dalle attività produttive. Controlli, quelli industriali, che sono in capo all’Ispra e che devono essere validati proprio dal Ministero dell’Ambiente che per legge svolge le funzioni di Autorità Competente».
La dirigente regionale ricorda «l’anomalia dei dati registrati dalla stessa Ilva: le deposizioni di diossina misurate al quartiere Tamburi nel novembre 2014 e nel febbraio 2015 sono pari, rispettivamente, a 791,29 e 212,64 picogrammi. Valori allarmanti dai quali si può dedurre che non vi è stata una contestuale diminuzione dell'inquinamento complessivo da diossina paragonabile alla diminuzione dello stesso inquinante riscontrata alla bocca del camino dell’impianto di sinterizzazione E312 registrata dai due controlli effettuati da Arpa Puglia negli anni precedenti al 2012 (atteso che nei successi anni non è presente alcun sostanziale aggiornamento). Fatto per il quale non risulta ad oggi alcun azione intrapresa da parte dell’autorità competente».
La Regione Puglia torna, dunque, a chiedere il riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all’Ilva («istanza già rigettata dal Ministero Ambiente per motivazioni tutt’ora non comprensibili») annota la Valenzano visto che «sono stati registrati eventi che hanno segnalato in modo del tutto evidente ed allarmante talune criticità, avvalorate dalla circostanza per cui l’Aia vigente non prevedeva a carico di Ilva alcun obbligo di verifica delle emissioni diffuse di diossine prodotte dallo stesso stabilimento. Ad oggi nulla è dato di sapere sulla tipologia di eventi in termini qualitativi e quantitativi da parte di Ispra. Né si è avuto alcun esito dei 18 protocolli operativi di controllo in continuo (campionamento continuo ed analisi discontinue), compreso quello inerente il controllo di diossine e furani. Diversamente dal Ministro dell’Ambiente, che può limitarsi a verificare se, per il Pm10, i livelli massimi convenzionalmente fissati per legge sono rispettati - conclude l’ing. Valenzano - si chiede di attuare quanto necessario ai fini della tutela della salute dei cittadini, tenendo conto che, i dati ambientali devono essere letti ed interpretati cautelativamente ed in termini di sicurezza sanitaria».



ECCO IL CARTEGGIO CON IL PROF. RUGGERO
Caro Professore, 
     una visione meno pessimista potrebbe portare a dire che almeno una parte delle Sue giustificate lamentele (e di quelle della sfortunata popolazione dei Tamburi e di Taranto) viene ascoltata.  

Che la questione ILVA sia complessa e da lungo tempo irrisolta, Lei non è l'unico a dirlo, e temo gli interessi in gioco siano talmente alti che è difficile scoprire le responsabilità dei singoli nella complessa matassa che ha portato allo stallo attuale.
Restiamo fiduciosi.   Ci sono importanti parti politiche che si candidano a guidare il Paese che fanno campagna per chiudere l'ILVA e dare lavoro a tutti i 20 mila occupati (!) per bonificare l'area, questo per me è ancora più preoccupante. E' stato fatto uno studio di fattibilità di questo piano così apparentemente "verde"?   E chi produrrà acciaio per l'Italia?  Si fanno paragoni con la Germania.   Ma chi parla tra i politici secondo Lei ha ascoltato i tecnici?
Non è detto che se sono stati fatti errori in passato, non se ne facciano anche più grandi in futuro......  
Guardiamo pure al passato, ma ancora più attentamente agli errori potenziali futuri, che vedo incombenti e preoccupanti. 
Io da quello che seguo di ILVA ho visto sempre pareri limitati, di parte, i giornali non fanno mai approfondimenti, e non vedo da nessuna parte business plans seri, scenari realistici.
La politica attuale sarà in grado di dare una soluzione, o tutti giochiamo a chi grida più forte solo per accaparrarsi il consenso di qualcuno?
Con stima e affetto.

Michele Ciavarella

DAL PROF. RUGGIERO   23/01/2018


Sull’ILVA e Tamburi vorrei zittire ma…..ma ti tirano per capelli!

Ieri 22 gennaio sulla “Gazzetta” e in RAI3-Regione, è stato presentato un progetto di 40 milioni per la “bonifica” (finalmente…..?) del quartiere Tamburi. Trattasi di 4 sottoprogetti:
-         creazione di foresta urbana
-         bonifica delle aree a ridosso dell’ILVA e demolizione di case parcheggio (ben 414!)
-         polo a destinazione mista e impianti sportivi
-         lungomare terrazzato sul Mar Piccolo.
Ebbene, sono sbalordito più che sorpreso: a me risulta che quel progetto è – pari pari – quello approvato 10 anni fa (Delibera del 25/5/2007) dal Commissario Straordinario di Taranto e finanziato dal CIPE per 49 Ml nel 2004, così come l’ho già ricordato l’anno scorso nei miei articoli (V. Tavola allegata). Chi può confermarlo?
E’ mai possibile che dopo 10 anni nulla sia stato fatto, tanto meno la “foresta urbana”?
Perché, soltanto oggi, sommersi dalle polemiche sul rischio sanitario (in attesa della copertura dei parchi), sui wind days e sulla chiusura delle scuole…..si ricomincia a parlare (solo e ancora a parlare!) di foresta urbana e di demolizione di case parcheggio costruite al confine con l’ILVA  per gli sfrattati da Taranto vecchia…..e mai rimosse?
Ma c’è mai un responsabile per tutto questo?
Il finanziamento per caso è ancora quello CIPE (49 Ml) o ce n’è uno nuovo con contributi regionali?
E’ una infinita storia kafkiana!
A rifletterci c’è da piangere: povera Italia!


Umberto RUGGIERO







Ricevo questa interessante lettera del prof. Ruggiero  che, riferendosi ad un mio commento su qualche "malumore a Taranto" (vedasi articolo Catone l'evacuatore qua) dopo la lettera che i giornalisti hanno ritenuto provocatoriamente sintetizzare come la richiesta di "Esodo" dal quartiere Tamburi sulla Gazzetta del Mezzogiorno di qualche giorno fa, risponde in modo molto dettagliato.  

 Io ho fatto circolare l'articolo di Marco Tarantino solo per sollecitare il dibattito e non ho mai condiviso granchè dell'articolo stesso.  Anzi avevo ed ho piacere a diffondere gli interventi del prof. Ruggiero,e ho anche aggiunto miei commenti di condivisione, semmai, di alcune analisi del prof. Ruggiero.

Ho anche ricevuto da un illustre Professore di Siderurgia del Politecnico di Milano, Carlo Mapelli,  conferma che "si tratta di un'opinione che condivido, perchè visti i flussi di massa ed energia coinvolti in Ilva, ogni misura che limiti la contiguità tra la componente civile e quella industriale potrà costuire un contributo alla soluzione di problemi futuri".


 Commentavo appunto nella mia lettera ai colleghi del Politecnico che sono certo della buona fede nel senso di validissima e lucida analisi del nostro caro collega Umberto Ruggiero sulla sempre più spinosa questione Ilva-Taranto.  Le scelte strategiche spesso si fanno con piccole visioni e quindi ILVA fu costruita a ridosso della città, in modo superficiale e colpevole. E dicevo che se ci fossero visioni di lungo respiro, non staremmo a parlare.  Se i Riva avessero voluto, avrebbero speso loro una parte dei 10 miliardi che pare siano finiti all'estero, e il loro impero sarebbe sopravvissuto per intere generazioni.

Non mi sbilanciavo invece sulla valutazione delle possibili soluzioni attuali, o relativi costi.  Anche spostare 20mila persone, quanto costa?  Chi trova i fondi?  Ammesso che ci vogliono 10mila case nuove, a 50mila euro l'una, sono sempre comunque 500 milioni di Euro, non pochi!  Anche lo stesso prof. Ruggiero vedo, nella lettera più precisa, che non prende più una posizione del tutto chiara sul da farsi, o come reperire questi fondi.   Allego volentieri la lettera del Prof. Ruggiero.

saluti, MC



Caro Prof. Ing. Michele CIAVARELLA (e altri colleghi),

mi meraviglia e sorprende che anche tu condivida i “malumori” farneticamente espressi, credo, soltanto da un certo Sig. Marco Tarantino (?) che, offendendo la mia anzianità e professione, mi paragona al vecchio Catone di “Delenda Carthago” perché a suo dire: voglio demolire Tamburi e trasferirlo a ….Miami Beach,  così do la colpa alle vittime e assolvo l’Ilva inquinante e non dico una parola sui ritardi nei lavori di copertura parchi (Decreto Clini del 2012).
Hai coinvolto anche la cara collega B che, sicuramente, non ha letto gli articoli (documentati) di marzo 2017 (Gazzetta) e di aprile (la Termotecnica) se si limita “velocemente” a definire “irrealistico e forse inefficace” il trasferimento “immediato” di 20.000 (o 40.000?) abitanti – da me mai sostenuto – ipotizzando persino un costo di 6-7 miliardi. Preferisce invece (?) spostare (di quanti chilometri?) i parchi minerari – colline estese oltre 70 ettari! – dimenticando i decreti per l’imminente copertura e fidando sui più bassi costi di “ambientalizzazione” (che significa?) della fabbrica.
A voi critici ha certamente colpito la, forse impropria, parola “esodo”, senza riflettere che ogni medaglia ha due facce: certo è penalmente colpevole l’industria che inquina, ma è altrettanto colpevole chi, potendo e dovendo intervenire (per dovere e responsabilità), non fa nulla per tutelare la salute di chi è in sicuro pericolo.
La vita e la salute di un solo uomo non ha prezzo.
Riflettendo sui fatti storici – vedi allegati – osservo, e lo ripeto che già dall’avvio l’Italsider inquinava e fu immediata la creazione della collina alberata al confine con Tamburi, ma è stato ignorato (..da tutti?) il pericolo sanitario, tanto che fu permessa (favorita?) la crescita del quartiere dai 10.000 residenti del 1961 ai 25.000 del 1981 (2,5 volte di più).
Infatti, ci fu (1964) un piano di zona 167 di ben 16 Ha per 5000 nuovi abitanti (una cittadina!) e la costruzione di centinaia di case popolari (INA CASA, GESCAL, IACP) evidentemente a beneficio (in buona fede) dei tanti operai della vicina ILVA e delle diverse industrie sorte, nel ventennio, circondando letteralmente il quartiere.
Dai precedenti articoli  tu, la collega e l’unico (?) che ha irriso alle mie proposte, avreste appreso (increduli?) che per esempio, nonostante le inchieste in corso della magistratura, ci son voluti ben 5 anni (2002/2007) solo per approvare un grosso progetto che si proponeva il “Risanamento radicale (?) del quartiere” finanziato con 105 Ml (CIPE 2004-2006). Per migliorare – persino – il comfort abitativo… prevedeva (udite, udite!) demolizione e ricostruzione di case popolari, nuovi impianti sportivi (campi di calcio e giochi per bambini), strutture per servizi di quartiere, uffici ed edifici direzionali, un mercato generale ecc.
L’unica azione “qualificante”, per il pericolo incombente, era la realizzazione di una fascia di “foresta urbana” tra il Cimitero e Tamburi per 13,75 Mlil tutto da realizzarsi entro il 2009. Chi l’ha vista la foresta?
E’ vero che sono anziano (pur se definito indomito!) ma accetto di essere in “buona fede”, non nel significato di “ingenuità” ma di “convinto di pensare e agire giustamente”.
La mia proposta non è “Delenda Tamburi” ma, da ingegnere, si articola con vari argomenti:
1.      A conferma delle denuncie giornalistiche il 9 gennaio u.s. in TV a CARTABIANCA nel dibattito fra EMILIANO e LANDINI (FIOM) è stata ricordata una ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità che rilevava almeno 360 morti (il 21% in più di bambini) riconducibili all’inquinamento tossico dell’ILVA. Una giornalista nativa di Tamburi ha affermato che non c’è  famiglia a Tamburi che non abbia avuto un familiare morto o colpito da tumori e/o malattie gravi ed epidemiche, evidenziando che la continuità della contaminazione crea accumulo irreversibile negli anni ed effetti manifesti a lungo termine. Rivolgo una domanda a te, alla collega, a chiunque mi legge ed anche al Sig. Tarantino: se il Comune (o IACP) vi regala una bella casa, magari con giardino, oggi, (in attesa della promessa di bonifica integrale dell’ILVA e della prevista decarbonizzazione) sareste disposti a trasferirvi per vivere con famiglia e figli a Tamburi? Aspetto la risposta e le motivazioni.
Non dovrei scrivere più nulla!
2.      Ma è evidente – lapalissiano per l’Art. 32 della Costituzione – che il 1° immediato intervento, allora come ancor oggi, doveva essere quello di negare licenze edilizie e inibire nuovi insediamenti residenziali e di servizi, specialmente pubblici. Un esempio? Come ha potuto la Provincia, alla fine degli anni 90, costruire in Via Deledda (al confine col parco carboni ILVA) un grande edificio per Scuole superiori, poi ceduto all’Università di Bari? Non era assurdo aumentare servizi di scolarità, e la presenza quotidiana persino di universitari a Tamburi?
3.      Il minore inquinamento attuale, oltre ai primi interventi di bonifica, è dovuto principalmente alla ridotta attività (metà della produzione potenziale). Ciononostante nel 2017 si sono registrati 44 WIND DAYS  e per 14 volte il Sindaco ha chiuso le scuole e gli abitanti (con le doppie finestre) barricati in casa.
4.      Ci vorranno 5 o 6 anni  (Decreto Ministeriale contestato) – almeno 2 (forse) per il Ricorso al TAR del Comune e Regione – per coprire l’immenso parco minerale e “bonificare” i tanti impianti (costi 1,3 miliardi?)
5.      Il gruppo acquirente ANCELOR MITTAL dovrà aumentare la produzione se vuol far tornare in attivo l’ILVA ora in perdita. Ma se saranno minimizzate le polveri (tra quanti anni?) è anche possibile l’aumento di gas tossici e rifiuti.
6.      Si dovrà, gradualmente (10÷15 anni?) trasformare gli impianti per la decarbonizzazione di cui si fa paladino, giustamente, il Presidente Emiliano.
7.      Negli ultimi anni molte delle aziende che circondano Tamburi sono andate in crisi, specie quelle dell’indotto, ma con la ripresa dell’ILVA e quella economica generale auspicabile, anch’esse cresceranno. Senza inquinare per……… sommatoria di tante piccole emissioni a quelle della Raffineria ENI, Cementir, Centrali elettriche, ecc.?
8.      Per fortuna – lì, a Tamburi, nessuno è proprio fesso ! – almeno 10.000 abitanti (quelli che hanno potuto farlo) sono già andati via (esodo?). Nel 2003 erano 17.666 e oggi saranno meno di 16.000 e si ridurranno ancora (nessuno fornisce statistiche). Pertanto incentivare ulteriormente i trasferimenti per es. cominciando dalle case popolari (ci sono fondi UE disponibili per problemi ambientali) in attesa della copertura dei parchi, della decarbonizzazione, ecc. è proprio irrealistica e inefficace? E’ ovvio che un nucleo abitativo di fedelissimi, per amor di quartiere, resterà ancora: la responsabilità ricade sui singoli.
9.      E’ proprio irrealistico creare la già finanziata “foresta urbana” ad ovest di Tamburi e cosi pure cominciare a piantare alberi dove si demoliscono le vecchie case popolari, i campi sportivi o altri edifici o servizi pubblici già oggi non più utili?
10.  Non è detto che qualcosa di simile non si possa e debba fare, con un programma finalmente lungimirante, per creare zone alberate nel borgo antico (più vicino) e persino un’altra foresta urbana (ora c’è campagna) a protezione del quartiere Paolo VI e di Statte!
Ci vorranno 10 o 20 anni? Io ci metterei la firma ….in buona fede.
Il bosco al posto del quartiere è certamente utopia… ma – sempre per mia buona fede –  in parte è realizzabile con un’altra idea di Sudattivo, che si impegna a salvare esigenze della produzione e tutela ambientare, diritto al lavoro e diritto alla salute.
Umberto RUGGIERO


P.S.: Scrivo al Prof. Ciavarella, ma la lettera è aperta e può valere per tutti i colleghi (a me sempre cari) e a quant’altri si voglia far leggere, specialmente a quel Sig. Tarantino (di Taranto?).

1 commento:

  1. Leggo che il programma M5S per ILVA prevede chiusura e riconversione con reimpiego di tutta la forza lavoro
    nelle bonifiche del territorio (che dureranno decenni) mediante un accordo di programma. Non sarà drastico?

    RispondiElimina

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