mercoledì 14 febbraio 2018

Genova come Boston? Renzo ROSSO su il Secolo XIX

Genova come Boston? La città americana ha circa 700mila abitanti, con un’area metropolitana ben più popolosa, circa 4 milioni e mezzo di persone. Qualcuno potrebbe liquidare la Boston d’Italia, proposta dal direttore di IIT in un’intervista a questo giornale, come una provocazione. Rispetto ad altri paralleli, più o meno limitrofi al Milanese, questa sfida contiene invece un richiamo autentico, soprattutto se non la recintiamo sul colle di Erzelli, ma la decliniamo lungo la via Aurelia, tra il chilometro 500 e il 550.
Molti localizzano il mito dell’innovazione nella Silicon Valley, prossima al campus pubblico di Berkeley e alla università privata di Stanford nella California centrale, dove si sono laureati complessivamente 46 premi Nobel. Buona parte delle novità, non soltanto scientifiche e tecnologiche, ma anche molti progressi delle scienze umane, politiche e sociali sono però nati e cresciuti sull’altra riva dell’oceano. Sono le miglia magiche della Massachusetts Avenue, dove su una sponda del fiume Charles incontri la Boston University (fondata nel 1869) e sulla sponda opposta il MIT (1861) e, poco più a ovest, l’Università di Harvard (1636). Dal MIT venivano Olsen e Anderson che fondarono la Digital. Uno dei maggiori scrittori del ‘900, Saul Bellow insegnava alla Boston University. Perfino Mark Zuckerberg, creatore di Facebook, si è finalmente laureato a Harvard dove aveva studiato un tempo: “honoris causa” nel 2017. Tra ex-allievi e docenti, Harvard conta 153 premi Nobel, il MIT 92 e la Boston University solo 9, tra cui Martin Luther King. E la lista delle donne e degli uomini illustri che hanno studiato e poi lavorato da quella parti è sterminata. A nessuno è venuto in mente di delocalizzare Harvard, MIT e BU in qualche landa periferica del futuro come accade a Milano, dove si sviluppa lungo il Lambro una piccola striscia della conoscenza e dell’innovazione, l’unica in Italia paragonabile alle 16 miglia della Mass Ave. Anzi, Renzo Piano ha realizzato nel 2014 gli Harvard Art Museums nel cuore di Cambridge.
Il Lambro non è certo il fiume Charles, né lo sono torrenti come il Bisagno o il Polcevera. Ma nemmeno Boston è sicura rispetto al rischio d’inondazione, perché può soffrire per l’interazione tra fiume e marea. Un’altra ragione, tuttavia, è fonte di empatia con l’archetipo bostoniano, un richiamo che non sento per la prima volta. All’inizio degli anni ’60, mio padre lavorava in Uite (quella che diventò poi Amt) al primo progetto di metropolitana leggera e sosteneva una soluzione “bostoniana”. In pratica, lì avevano interrato una parte della linea tramviaria, costruendo la MTBA, Green Line, tuttora in funzione. Invero, egli diceva, i tram bostoniani si erano ispirati al tram più bello e innovativo mai costruito in Italia, la elettromotrice Uite serie 900, costruita nelle stesse officine genovesi dell’Uite e poi dalla Breda. E con quel progetto minimalista Genova avrebbe potuto riciclare le gallerie pre-belliche e belliche con uno spirito innovativo, quello che fu bocciato dall’aria dei tempi. Quando visitai Boston per la prima volta, all’inizio degli anni ’70, i motori a scoppio, con i loro gas di scarico, avevano ormai soppiantato del tutto le tramvie genovesi. Fui colpito dalla semplicità, dall’efficienza e dalla poesia della soluzione bostoniana, ma non potevo più raccontarlo a lui, che se ne era già andato.
«Anche Harvard fa i suoi sbagli, sa? Ci insegnava Kissinger» dice Woody Allen a Diane Keaton in Io e Annie. L’Università di Genova ne ha fatto molti, chiudendosi in sé stessa, soprattutto nel nuovo millennio, così come hanno fatto molti atenei italiani e, a ruota, gran parte delle istituzioni scientifiche del nostro paese, sotto-finanziate, gestite in modo ondivago, spesso umiliate dalla politica e dall’impresa. Ma le cose possono cambiare se c’è la volontà e la passione. E se, come disse lo stesso Allen in Manhattan, «bisogna pur prendere un modello a cui ispirarsi», Boston è la scelta migliore per Genova.

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